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Dieci anni dopo, le domande ancora aperte sul caso “INIZIATIVA COMUNISTA”

Primo piano

di Yari Selvetella*


Da diversi anni ormai mi occupo, attraverso libri e articoli, dei casi più celebri della cronaca nera romana: consulto polverose edizioni rilegate di vecchie riviste, scorro filmini in emeroteca, setaccio il web, scomodo per quanto mi è possibile testimoni diretti e indiretti, mi incaponisco sulle falle delle versioni ufficiali e delle dietrologie,  mi incupisco appresso alle ombre del potere, mi inquieto agli stratagemmi dell’impunità.
Da questo lavoro di archeologia del quotidiano ho tratto almeno un insegnamento: non sottovalutare mai i dettagli; perché spesso esiste un rapporto direttamente proporzionale tra la velocità con cui la cronaca li espelle e l’interesse che susciteranno in termini di ricostruzione di un determinato periodo storico.
Uno dei casi in cui, a mio modesto avviso, vale la pena esercitare questo parametro, è quello che ha riguardato Iniziativa Comunista. La storia della vicenda giudiziaria è nota. O meglio, nonostante sia stata già da molto tempo mediaticamente oscurata, per chi voglia saperne di più non è difficile risalire ai fatti salienti che si susseguirono a partire dalla primavera del 2001: prima una “fuga di notizie” sui principali quotidiani e poi, esattamente dieci anni fa, il 3 maggio, gli arresti di otto militanti e le decine di perquisizioni in tutta Italia ad opera dei Ros dei Carabinieri. L’operazione conquistò le prime pagine e l’apertura dei Tg, il ministro dell’Interno Enzo Bianco parlò di un “duro colpo inferto al terrorismo”.
I militanti di Iniziativa Comunista, un piccolo partito che si ispirava alla storia del Pci e propugnava la sua ricostituzione, furono arrestati per associazione sovversiva senza finalità di terrorismo (art. 270 cp), un reato d’opinione applicato, per la prima volta nella storia repubblicana, senza il supporto di reati “concreti” come omicidi, possesso di armi, rapine o altro. Gli arrestati – che da subito rivendicarono la loro militanza alla luce del sole e, sulla base di essa, negarono ogni affinità col terrorismo – subirono mesi di carcerazione preventiva, sequestri, furono sbattuti in prima pagina e definiti assassini, terroristi, furono allontanati dai loro posti di lavoro. Si convinse l’opinione pubblica che fossero responsabili dell’omicidio D’Antona. Ancora dopo l’assassinio di Marco Biagi si continuava a indicarli come terroristi; addirittura dopo la sparatoria di Arezzo tra brigatisti e Polizia ferroviaria in cui persero la vita l’agente Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi. Infine le sentenze: in primo grado assoluzione per tutti gli imputati e con la più ampia formula: “perché il fatto non sussiste”. In appello si va oltre: la sentenza giunge a negare che vi fossero motivi per condurre quell’inchiesta e addirittura che essa è servita solo a distruggere “le potenzialità politico-elettorali del legittimo partito Iniziativa Comunista”; dopodiché la Procura generale (cioè la stessa pubblica accusa) non procedette al ricorso per Cassazione, riconoscendosi di fatto nella sentenza d’appello. Tutto bene quel che finisce bene, si direbbe: nel bel mezzo c’è la storia ancora non pienamente approfondita degli inizi di questo millennio in Italia, con ovvie ramificazioni nel nostro presente; ancora tutta da indagare.
Intendo quindi approfittare di una recentissima Corte di Cassazione (n.15447 del 15 aprile 2011) per cui, in omaggio ai classici anglosassoni, i giornalisti sono i “cani da guardia” della democrazia e hanno il diritto di porre domande e criticare – nei limiti della legge – tutti e tutto: politici, giudici, militari. Voglio quindi formulare dei quesiti su questa vicenda (prima titoloni di prima pagina, quindi articoli di cronaca, infine rimasugli rimasticati di agenzie), da “watchdog”, come ormai è quasi impossibile sui nostri giornali, stretti tra le veline delle procure e quelle degli uffici stampa di indagati eccellenti. I dettagli, gli innocui dettagli  costituiti da due parole: “insospettabile” e “indiscrezione”, che fanno bella mostra di sé in tutti i titoli dell’epoca.

Gli Insospettabili


L’aggettivo “insospettabile”, a ben vedere, ratifica che la persona per cui esso viene speso è incensurata, ma allo stesso tempo suggerisce – proprio in virtù del fatto che la persona è stata arrestata – un’attività tesa a occultare, dietro un’ipocrita manto di normalità, un lavorio illegale, del tutto estraneo alle apparenze. Insomma dietro una vita “normale” si celerebbe una militanza illegale. Gli inquirenti, e con loro i giornali, dimostrano così di saperne poco di chi hanno arrestato il 3 maggio 2001. Tra questi, Norberto Natali, leader di Iniziativa Comunista, trattenuto per mesi in carcere anche se quasi completamente cieco e invalido al 100%.  Nonostante  il consulente di fiducia del gip Otello Lupacchini (prof. Capello, primario del Policlinico Gemelli) avesse stabilito che la detenzione rappresentava per lui un concreto pericolo, il gip stesso emise un’ordinanza in cui si cavillava che il consulente aveva sì decretato  “l’incompatibilità”, ma non “l’incompatibilità assoluta” e dunque, in considerazione di un suo atteggiamento “arrogante”nel corso degli interrogatori, ordinava di proseguire la detenzione, per di più in regime speciale di isolamento.
Interrogando i più vari e desueti database ecco cosa emerge su questo “insospettabile comunista”. Il 22 marzo 1976 il nome di Natali è sulla prima pagina del settimanale del Pci Rinascita; successivamente, lo ritroviamo innumerevoli volte sulla stampa a cominciare da un’antica rubrica dell’Unità chiamata “vita di Partito”. Per fare qualche esempio, sempre sull’ Unità si trova il resoconto di un suo intervento ad una riunione del Comitato Centrale del Pci o lo si rintraccia come esponente (fotografato) di una delegazione della direzione del Pci che rende omaggio alla tomba di Togliatti nell’anniversario della sua morte. Il suo nome appare in prima pagina, negli anni ottanta, sulla rivista Marxismo Oggi. Sul Corriere della Sera nel 1987 una sua intervista a Maurizio Caprara appare sulla cronaca nazionale e un’altra viene pubblicata su La Repubblica, col titolo: “Norberto Natali, il Cossutta dei giovani sfida Folena”.  E poi in tv, ad esempio in un servizio del Tg1, ai primi di novembre nel 1994. Risulta inoltre che Natali sia stato funzionario a Botteghe oscure e più volte candidato col Pci. Tutto ignoto agli investigatori? Sarebbe questo l’“insospettabile” che dietro le apparenze di una vita ‘casa e chiesa’ nasconde chi sa quale segreto?
Per non parlare della militante fugacemente accusata di essere nel commando brigatista che uccise Massimo D’Antona. Nell’ottobre del 2001 dovette subire, oltre al carcere, un confronto all’americana, naufragato nel ridicolo di un teste che indica, tra i soggetti proposti per il riconoscimento, una poliziotta. Tre anni prima dell’attentato il suo volto ripreso in primo piano in una manifestazione era stata l’immagine propagandistica del Prc; il suo viso appariva molto evidente nei manifesti affissi in tutt’Italia e fu pubblicato molte volte dal giornale Liberazione. Un anno dopo il delitto, invece, compariva perfino sul giornale dei comunisti russi, il Molnja, a corredo di un articolo sulla festa di Iniziativa Comunista svoltasi qualche settimana prima.
Come dimostra un sondaggio (condotto un mese prima delle elezioni politiche del 13 maggio 2001) successivamente verificato nel corso del dibattimento processuale, a Ic e al suo candidato Natali venivano attribuiti circa il 36% delle intenzioni di voto nel collegio di Crotone. Un riscontro incrociato tra il sondaggio e gli effettivi risultati del voto nella provincia, dimostra che con tutta probabilità Natali sarebbe stato eletto deputato (o forse senatore se IC avesse optato per quest’altra candidatura). Ma come potevano gli “insospettabili” guadagnare decine di migliaia di voti? Gli arresti avvennero dieci giorni prima delle elezioni.

Le indiscrezioni


L’altra parola è “indiscrezione” che, assieme a “fuga di notizia” costella la vicenda di Iniziativa Comunista e tutte le indagini sul caso D’Antona. Dopo due anni di indagini dei Ros, coordinate dal colonnello Pasquale Angelosanto (oggi generale, dopo essere stato vice capo dei servizi
segreti) e dal colonnello Massimiliano Macilenti (oggi comandante del Ros di Roma), ai militanti di Ic veniva contestata, si è detto, l’associazione sovversiva “semplice”, ma secondo le “indiscrezioni”, nel loro novero c’è da aspettarsi di trovare il killer di D’Antona.
Indiscrezioni, fughe di notizie. Queste espressioni hanno un tratto comune: seppur in via di larga approssimazione non coinvolgono alcun soggetto attivo. Come la pioggia cade quando il ciel lo vuole, o come il gas si disperde quando qualcuno in casa (ma chi? La mamma? Il papà?) ha dimenticato il fornello acceso. A dire il vero nella primavera del 2001, nella sua attendibilissima qualità di presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo e le stragi, l’on. Giovanni Pellegrino accusò i Ros in un’intervista di essere gli ispiratori o i mandati di alcune fughe di notizie di quel periodo, in particolare quella sul caso Geri.  L’unica eccezione è l’inchiesta su Ic: la fuga di notizie avvenne, ma in un momento in cui non potevano più essere condizionate le investigazioni. A fine marzo 2001 furono fatti avere illegalmente ad alcuni grandi quotidiani i rapporti riservati dei Ros secondo i quali le Br agivano con il nome di Iniziativa Comunista e gli esponenti di quest’ultima erano gli ideatori dell’omicidio D’Antona e gli animatori del terrorismo rosso. Stranamente le polemiche giornalistiche e politiche si orientarono su alcuni dettagli molto collaterali: la proposta di apparentamento politico-elettorale (tecnicamente previsto dalle leggi vigenti, ed era il contrario delle liste civetta) al Prc chiesto da Iniziativa Comunista per Natali e la falsa congettura che il Prc pagasse l’affitto di alcune sezioni romane di Ic. Con ciò si interveniva pesantemente sulla possibilità dell’apparentamento. Quel matrimonio “non s’aveva da fare”. A proposito della candidatura a Crotone, vale la pena ricordare che nel giugno del 2001 le “indiscrezioni” fecero trapelare che tra i vari nefasti progetti di Ic vi era anche l’omicidio di un sindaco della zona, tanto che gli “esperti” dell’antiterrorismo scrissero sui giornali che le Br si stavano spostando a sud, ricevendo, pochi mesi dopo, la tragica smentita dell’omicidio Biagi a Bologna. Nonostante il presunto “capo del terrorismo” Natali si fosse trasferito da alcuni mesi lì e molti suoi compagni facessero la spola tra Roma o Milano e Crotone, non esistono agli atti riscontri di intercettazioni avvenute in Calabria, né nell’abitazione appositamente affittata per quel trasferimento, né nell’automobile utilizzata in quel periodo e neppure esistono riscontri di pedinamenti. Inoltre sembrano spariti i verbali delle intercettazioni nelle note sedi di Iniziativa Comunista a Roma. Perché?

I figli del Pci


Passata la metà di aprile del 2001, il clima politico era incandescente. Il 13 maggio si sarebbe votato dopo cinque anni di Ulivo e la destra era scatenata, puntando su una completa vittoria. Da guerricciola endemica la “questione D’Antona e terrorismo rosso” esplose. Berlusconi dichiarò ufficialmente, intervenendo in parlamento, che il delitto D’Antona era dovuto ad “un regolamento di conti interno alla sinistra”. Scoppiò un putiferio da parte dei suoi avversari e circa una settimana dopo l’on. Rocco Buttiglione affermò: la sinistra la smetta con le polemiche contro Berlusconi, altrimenti divulgheremo le prove dei suoi stretti rapporti con le organizzazioni eversive e terroristiche. Lo stesso giorno degli arresti (3 maggio 2001), fu subito chiaro il senso delle polemiche dei giorni precedenti. Gli arrestati provenivano tutti dal Pci: avevano militato direttamente in quel partito o provenivano da famiglie che ad esso erano storicamente legate; tutti si ispiravano ai suoi ideali e alla sua storia.
Finalmente, dopo decenni di vari tentativi, era “provato” che il terrorismo fosse una diretta filiazione del Pci. Una tesi tanto ridicola quanto lungamente accreditata dalla pubblicistica anticomunista, che ricorda da vicino la massima attribuita al ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels. “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. Anche recentemente, il senatore Stracquadanio del Pdl, invitato alla trasmissione Annozero, ha potuto esporla per lunghi minuti senza che nessuno lo interrompesse. 
Sui militanti arrestati di Iniziativa Comunista, quindi, gravava il compito non solo di difendere il proprio onore, quello dell’organizzazione in cui militavano, ma anche una storia grande, importante, quella del Partito Comunista Italiano. Nella sentenza di primo grado che li assolve con la più ampia formula si certifica, tra le altre cose, che gli imputati si rifanno alla storia del Pci e sono in ideale continuità con Pietro Secchia e proprio per questo, nel quadro della vigente Costituzione e delle vigenti leggi, li si assolve e li si legittima alla milizia politica.
Forse il senatore Stracquadanio, conoscendo questa sentenza – o se almeno qualcuno gli contestasse la sua esistenza – si risolverebbe a tacere le proprie fantasiose ricostruzioni storiche.
Se in Italia è ancora possibile essere comunisti e rifarsi alla storia del Partito Comunista Italiano, lo si deve agli otto “insospettabili” di Ic: giovani operaie e operai, proletari, impiegati. Un risultato che, visto da chi scartabella faldoni di cronache dal 1945 a oggi, imbattendosi continuamente in una guerra senza scrupoli tra i progetti eversivi e le ragioni della sinistra e dei comunisti, appare davvero di grande momento. Ma stranamente la sinistra stessa non ha minimamente riconosciuto loro questo merito. Forse è questa un’ulteriore e conclusiva domanda: perché?
Rimestando in vecchie cronache si legge che gli esponenti di Ic dichiararono che il procedimento a loro carico era una “patetica montatura”. In particolare risulta negli anni sempre più credibile il loro rifiuto di considerare la vicenda un semplice, sia pur grave, “errore giudiziario”.
Ora, dieci anni dopo, si rimane incuriositi dalle recenti dichiarazioni di alcuni esponenti di quella che fu Iniziativa Comunista: i Ros avrebberro contato su un loro “collaboratore” all’interno di Ic, nell’intento di favorire la montatura. Interpellato sul caso, Natali dichiara   che ci sarà del filo da torcere quando riuscirà a far emergere tutta la verità.
La cronaca romana – tanto più il modo in cui essa si lega ai garbugli del potere, alle matasse accatastate nel retropalco della politica – assomiglia a una squisitezza di pasticceria: si sarebbe tentati di divorarla tutta appena sfornata. Invece, tutto sommato, è sempre meglio aspettare.

*Giornalista, scrittore.  Autore, con Cristiano Armati, di Roma Criminale (Newton Compton, 2005)


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