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Fare quadrato intorno alla FIOM, oggi,  è il compito immediato dei comunisti.

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Di Norberto Natali


Circolano notizie positive sulla ripresa economica e la “fuoriuscita dalla crisi”. Certamente non riguardano la disoccupazione (variamente camuffata) o il potere di acquisto di salari e pensioni, alcuni indicatori, però, sono effettivamente in aumento, per esempio la produzione industriale e gli ordinativi.
Ciò è del tutto normale e già da tempo descritto e spiegato dal marxismo-leninismo. In breve, in questi due anni di cosiddetta “crisi”, l’imperialismo –per così dire- ha purgato il proprio sistema economico.
Molti operai sono stati espulsi dal ciclo produttivo, la precarietà si è estesa, si è intensificato lo sfruttamento della forza-lavoro e sono stati ulteriormente compressi i salari (la vicenda di Pomigliano ne è un efficace simbolo). Questo ha permesso (sia pure provvisoriamente e parzialmente) di disincagliare il processo di valorizzazione del capitale ovvero il suo accrescimento tramite il proprio stesso impiego nel processo produttivo, mediante lo sfruttamento del lavoro operaio.
Tutto ciò può meravigliare solo quei dirigenti della sinistra che sono stati finora (alcuni loro malgrado) funzionali ai disegni del capitale. Contrariamente a quanto essi pensano (muovendosi di conseguenza) i licenziamenti, il consumo sempre più spregiudicato della forza-lavoro e l’impoverimento dei lavoratori non sono il sintomo della crisi del capitale bensì la cura (più o meno velleitaria o palliativa).
Di conseguenza, i traballanti segnali di “fuoriuscita dalla crisi” (o di ripresina) non comportano affatto nuove e migliori possibilità per i lavoratori e i disoccupati, ma richiedono, viceversa, il mantenimento ed anche l’ulteriore accentuazione dei risultati della purga. 
Per questo ha un significato logico, coerente e preciso, il programma che il signor Bonanni ha esposto lo scorso 9 ottobre ai lavoratori: <<10-100-1000 Pomigliano>>. Significa che egli si propone di estendere e continuare la purga –la cura del capitale- per salvaguardare meglio e di più gli interessi del padronato.
Mi è già capitato di scrivere come la CISL sia nata quale “sindacato amerikano”; ora comincia, però, ad assumere una funzione la cui fisionomia ricorda le ragioni dell’origine storica della camorra (sarà interessante approfondire l‘argomento in altra occasione).
Tuttavia gli effetti di un così amaro purgante rischiano di essere vanificati anche subito (necessitando altre purghe) a causa degli squilibri e delle irrisolvibili contraddizioni dell’imperialismo ed anche dell’incapacità e dell’inettitudine dei singoli capitalisti e del loro personale politico.
Vediamo brevemente qualche esempio di stretta attualità.
In primo luogo, la Conferenza detta Basilea 3 conclusasi circa un mese fa.
Si tratta di una sorta di “concilio”  dei banchieri centrali e dei più alti funzionari economici di quasi tutti i paesi. Essa aveva lo scopo di decidere nuove misure e regole per contenere la speculazione e scongiurare altri crolli finanziari. In breve, si è deciso di aumentare notevolmente la percentuale (rispetto al totale) di capitali che ogni banca dovrebbe accantonare come riserva in caso di bisogno.
Per fare ciò, ogni banca centrale avrebbe dovuto inviare alla Banca dei Regolamenti Internazionali un rapporto sulle banche del proprio paese, indicando di quanti capitali esse dispongano e come siano composti (per esempio quale sia la quota di impieghi sicuri rispetto agli investimenti a rischio, ecc.).
Ebbene, è stato ufficialmente dichiarato che tali dati non esistono e che non si sa se ci saranno in futuro. La notizia è clamorosa ed infatti è stata quasi completamente nascosta dai media: l’élite tecnica finanziaria dell’imperialismo non sa quanti e quali siano i capitali finanziari che dovrebbe controllare!
E’ come se i dirigenti della Federcalcio dichiarassero di non sapere quanti e quali siano i calciatori che compongono le squadre che partecipano al campionato.
In queste condizioni può accadere di tutto!
In ogni caso l’orientamento ad aumentare la quantità di capitali immobilizzati comporta un effetto inflattivo ossia i gruppi dominanti sarebbero orientati ad un aumento dell’inflazione. Se così fosse, ciò significherebbe sia una perdita del potere d’acquisto di salari e pensioni (cioè un loro calo mascherato), sia un aumento dei prelievi su di essi per via del cosiddetto drenaggio fiscale. 
In secondo luogo, un’acuta lotta intestina scuote l’Unione Europea.
Da un lato c’è la frazione tedesca (e dintorni) della borghesia imperialista che ha saputo avvantaggiarsi abbastanza bene in questi anni sui mercati finanziari, in particolare grazie alla privatizzazione della previdenza nei paesi dell’Europa orientale recentemente accolti nella UE.
Ora, per puntellare meglio i propri interessi, i tedeschi (ed alcuni loro vicini) vorrebbero imporre norme capestro sul debito pubblico che potrebbero far succedere in molti paesi europei (in primis l’Italia) quello che è capitato alla Grecia. Se un paese ha un debito alto dovrà pagare interessi più alti sui propri titoli di stato, attraendo molti capitali finanziari internazionali i quali, altrimenti, andrebbero a rimpinguare gli affari dei grandi monopoli finanziari di marca tedesca.
Si consideri poi che buona parte del debito pubblico dei paesi est europei è dovuta proprio alla privatizzazione della previdenza su cui hanno massimamente lucrato le centrali finanziarie germaniche.
Sul versante opposto (per motivi altrettanto “nobili”) troviamo uno schieramento capeggiato dalla Francia (in questo quadro si spiega la solerte sensibilità di molte istituzioni europee per il destino dei nomadi cacciati da Sarkozy) e di cui farebbe parte, almeno per il momento, l’Italia (o quantomeno le forze rappresentate dal ministro Tremonti).
Questa situazione genera un quadro di instabilità ed incertezza economica che danneggia gli affari dell’imperialismo europeo nella sua concorrenza con altre grandi potenze economiche rischiando di neutralizzare i benefici conseguiti con la purga.
La pressione sul debito pubblico, comunque sia, rischia di risolversi in una nuova perdita di valore dei salari e delle pensioni: sia per il venir meno di servizi e funzioni dello stato sociale (o per l’aumento dei loro costi), sia per i colpi all’occupazione nel settore pubblico dovuti, entrambi, anche alla necessità di nuove esternalizzazioni e privatizzazioni.
In terzo luogo, infuria un’accanita guerra valutaria (ossia sui valori di cambio delle varie monete). Uno dei suoi motivi principali è l’accanita lotta degli USA contro la moneta cinese (lo yuan). Di essa conosciamo tutti qualche eco per via delle roventi polemiche occidentali che rivendicano una forte rivalutazione dello yuan.
Occorre sapere che per sostenere il proprio deficit (dovuto in primis al finanziamento delle guerre e poi al sostegno alle banche e alle perdite provocate dai grandi speculatori) gli Stati Uniti si sono fatti prestare ingenti quantità di denaro dai cinesi, i quali sono, perciò, titolari di gran parte del debito USA.
Supponiamo che mi faccia prestare 1000 yuan e che poi questa moneta venga rivalutata del 25%: a quel punto 800 yuan avranno lo stesso  valore di quanto in precedenza ne avevano 1000. E’ proprio questa, semplificando, la pretesa statunitense: saldare con 800 (se non 700 o 500 yuan) il prestito di 1000.
In questo quadro, anche per gli errori e le debolezze della UE e dei vari governi europei (a cominciare dal nostro), l’euro sta rimontando verso il suo massimo storico. Siamo a quota 1,40 sul dollaro e potremmo anche raggiungere 1,50.
Quando una moneta aumenta del suo valore di cambio, il primo effetto è che le merci esportate in altri stati diventano molto più costose. In altri termini c’è un notevole calo della cosiddetta “competitività” ossia la capacità di aumentare le proprie esportazioni.
Tutte le angherie e i sacrifici sono stati imposti ai lavoratori in nome della competitività ed ora, pur considerando solo questo aspetto, se ne perde più di quanta se ne sarebbe guadagnata stringendo la morsa sulla classe operaia.
Di fronte a tutto ciò i capitalisti ed i loro funzionari politici sanno solo schiacciare gli operai, far precipitare all’indietro le donne, distruggere le speranze e il futuro della gioventù.
Come è puerile e un po’ tragicomica la propaganda borghese quando ci propina le figure di grandi manager o capitani d’industria come persone dotate di capacità e qualità non comuni, in grado (diversamente dalla maggioranza) di “dare lavoro” e far prosperare una città o una provincia se non un’intera nazione.
Oggi c’è Marchionne, come in passato ci fu un Colaninno, un Tronchetti Provera ed anche un Berlusconi.
Marchionne sa solo vampirizzare gli operai, come gli altri suoi compari e molti di loro si reggono grazie a truffe, evasioni fiscali o attaccandosi parassitariamente a finanziamenti pubblici di varia forma e provenienza.
Ci faccia vedere cosa sa fare o proporre, Marchionne, di fronte ai tre problemi succitati o al continuo calo degli acquisti di automobili anche dopo il presunto accordo di Pomigliano. La borghesia imperialista sa bene tutto questo, conosce se stessa.
La medesima prosopopea infantile e sciocca, cui ho fatto cenno, ha spesso fantasticato di partecipazione degli operai agli utili delle aziende, vagheggiando aumenti dei salari (anche notevoli) in rapporto al buon andamento degli affari.
La teoria marxista-leninista ha dimostrato da molto tempo che ciò non è possibile ed infatti non è mai avvenuto, tuttavia questa era la prospettiva.
Ora, in poche parole, si vuole rovesciare quella prospettiva e ciò è possibile ed anche probabile: si tengono i salari più bassi che si può e da quel livello minimo si faranno “partecipare” alle perdite, alle disavventure ed ai fallimenti delle singole aziende o di interi rami dell’economia o perfino delle nazioni.
Questo era lo scopo del convegno tenuto a Genova a fine settembre dalla Confindustria, in cui si è proposto un “patto sociale riformatore” e si è profilata una “apertura” alla CGIL. Il contenuto di tale patto non ha bisogno di spiegazioni ma la cosiddetta apertura alla CGIL è il tentativo di spaccarla e di isolare la FIOM per poi piegarla definitivamente.
Per quanto scritto finora, obiettivo immediato del padronato italiano è la distruzione della FIOM, non di altri. Al fine di completare la frantumazione ed il disarmo della classe operaia e fronteggiare così tutte le proprie contraddizioni e la propria fragilità.
E’ interesse di tutta la classe operaia che questo disegno venga contrastato il più possibile ed in primo luogo che la manifestazione promossa dalla FIOM a Roma il prossimo 16 ottobre divenga una straordinaria dimostrazione di forza e di lotta del proletariato.
Per tutti questi motivi è compito prioritario dei comunisti, oggigiorno, fare quadrato intorno alla FIOM, serrare i ranghi a suo sostegno ed impegnarsi intanto per la massima riuscita di questa manifestazione. Ciò se vogliamo essere conseguenti con il nostro ruolo storico di avanguardia della classe operaia nella lotta contro la borghesia e il capitalismo.
Ciò non significa che noi consideriamo la FIOM (lo stesso discorso vale per altre schegge sindacali o di presunto movimento) una sorta di punta di diamante del proletariato, un baluardo capace di infrangere i colpi del capitalismo e portarci avanti, tanto meno ci identifichiamo con gli orientamenti politici ed ideologici di alcuni dirigenti FIOM. Essa non è in grado, di per sé, di reggere nel tempo all’attacco padronale: arretrerà e potrebbe anche riservarci delle delusioni in futuro.
Un sindacato, di per sé, non ha mai dispiegato la lotta di classe del proletariato: questo è compito che può sostenere solo il Partito Comunista. Se ci diamo, come obiettivo immediato, la difesa della FIOM, ciò si intreccia con il nostro compito storico ossia la ricostituzione del PCI.
Solo la realizzazione di questo traguardo strategico potrà sconfiggere i piani dell’imperialismo ed invertire la rotta imboccata dalla società negli ultimi tempi. Un forte e conseguente Partito Comunista farebbe molto bene, in primo luogo, proprio alla FIOM, come dimostra la storia.

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