comunisti – Roma


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Rizzo ha gettato la maschera

Primo piano


(di Norberto Natali)

Lo scorso 29 ottobre, ad una riunione malriuscita del Comitato Centrale di Comunisti-Sinistra Popolare, il compagno Rizzo ha proposto delle modifiche allo Statuto di CSP che si sono risolte, subdolamente, nel rinnegare la figura del compagno Antonio Gramsci come una delle radici della lotta per la ricostituzione del PCI.
Nel preambolo dello Statuto (il quale ha la funzione di essere una sorta di sintesi dell’identità di una forza politica) era indicata, infatti, l’elaborazione gramsciana –come anche la Resistenza, i valori del movimento operaio comunista, ecc- come uno dei riferimenti di base di CSP. Ora non c’è più. E’ stata inserita una fraseologia “rivoluzionaria” ma ciò –di per sé condivisibile- risulta assai grave poiché significherebbe che si deve dimenticare Gramsci per essere “più rivoluzionari”. Roba da Lotta Comunista!
Dopo decenni di opportunismo e revisionismo, nessuno aveva ancora avuto il coraggio di cestinare -del patrimonio teorico e storico del movimento operaio e del comunismo italiano- l’opera e il pensiero di Antonio Gramsci: ci ha pensato Rizzo. Ciò si commenta da solo e non richiede altre parole.
Di fronte a tale fatto, passano del tutto in secondo piano argomenti riguardanti la sfera della “forma” e del “metodo”. Per esempio che quella decisione è illegittima, poiché assunta in violazione delle norme dello Statuto. Oppure che una minoranza del Comitato Centrale, ricorrendo a delle semplici modifiche dello Statuto (che potrei anche condividere in parte), ha praticamente rovesciato gli esiti del Congresso Nazionale tenuto meno di un anno prima.
Con tali modifiche, si stabilisce –a chiacchiere- che CSP sarebbe il “vero e unico” partito dei comunisti in Italia proseguendo su una deriva, un po’ caricaturale, che rischia di far somigliare CSP a certi gruppetti maoisti (o troschisti) di trent’anni fa. Per esempio, dalla lista dei 128 componenti il Comitato Centrale eletto un anno fa, sono spariti misteriosamente (senza che nessuno lo sapesse e potesse discuterne, come per Gramsci nello Statuto) ben 32 nomi: episodi da parodia anticomunista, da film di don Camillo.
Da poco più di un mese, ricorrendo a finzioni, bugie, imbrogli, è partita una macchinazione, a freddo, preordinata a tavolino, il cui scopo è la liquidazione dell’organizzazione romana e la scissione, per sabotare il processo di ricostituzione del Partito Comunista. Sorvolo, in queste note, sulla sconcertante coincidenza con le vive proteste suscitate dalla scoperta che un dirigente di CSP partecipava volontariamente ad attività di reparti militari israeliani.
In un mio appello all’unità e alla vigilanza del 15 ottobre u.s., replicando all’accusa falsa (per ammissione stessa di chi l’aveva formulata) di frazionismo, mi domandavo –retoricamente- quale aspetto della linea politica di CSP si proponeva di modificare la mia presunta “frazione”. Oggi mi rendo conto che quella provocatoria accusa era una sorta di diversivo e di provvedimento “preventivo”: infatti mi sarei battuto vivacemente contro la liquidazione di Gramsci e questa lotta politica, devo ritenere ora, si sarebbe necessariamente allargata alla natura del Partito e della sua organizzazione, fino a porre l’obiettivo strategico di “fare” (ed “essere”) come il Partito Comunista di Grecia senza accontentarsi solo di “dire” le stesse cose.
Come è scritto sopra, non intendo dilungarmi su quegli aspetti, appena richiamati, anche perché da un mese ho proposto a tale Guido Ricci –ed ora estendo al compagno Rizzo- un confronto aperto e diretto, anche pubblico. L’ostinato rifiuto ad aderirvi è la migliore prova che ho ragione e non serve aggiungere altro, perché voglio attenermi, invece, alla sostanza e ai contenuti più salienti.
Il titolo stesso di quest’articolo, volutamente provocatorio, non significa che intendo inseguire Rizzo (o chi per lui) sul terreno di una farsesca riedizione di “Servire il popolo”: con tanto di anatemi, frazioni, espulsioni, ecc. Non sto assolutamente per dire che Rizzo è un infiltrato della CIA o una marionetta di Israele, tutt’altro.
Il titolo, invece, vuole significare che esistono problemi politici molto seri –svelati da avvenimenti delle ultime settimane- ed i fatti rivelano che il compagno Rizzo non ha dimostrato, almeno finora, di saperli padroneggiare e di indicarne le soluzioni. Per ora mi limito a segnalarne, sommariamente, tre.

1. Proprio l’ostinata ricerca, a tutti i costi e contro ogni logica, della scissione con l’organizzazione romana pone il problema di chi “comanda” dentro CSP. La vicenda dura da oltre un mese, implica importanti questioni di fondo e volge verso esiti molto gravi: ciononostante non è ancora dato sapere quale sia la posizione e la responsabilità, nel merito, del Segretario Nazionale di CSP.


Egli è in grado veramente di esercitare pienamente le prerogative della propria funzione o è solo un “volto noto” dietro al quale sono altri a decidere? Perché il compagno Rizzo è così incerto ed esitante nel prendere una posizione pubblica ed ufficiale?


2. Il compagno Rizzo –almeno finora e nonostante molte buone intenzioni- non si è rivelato in grado di indicare la via per una rapida (in termini storici, ovviamente) espansione di massa del consenso e del proselitismo, per realizzare un vero e proprio programma intensivo di crescita e sviluppo di CSP.


La consunzione costante e progressiva del consenso e dei militanti, il crescente logoramento dei rapporti di massa e la marginalizzazione nella classe sono il problema dei problemi della sinistra italiana (non di CSP). Essa sembra ormai capace di rivolgersi solo al suo interno, di parlare solo a chi è già “convinto”, in un’autoreferenzialità che tende a precipitare in una sorta di autismo politico e organizzativo.


Il processo di ricostituzione del Partito passa per la capacità di gettare le radici al di fuori dei soliti giri di chi è già politicamente impegnato o lo era nel passato: occorre sapersi rivolgere a strati e generazioni diverse della classe, saper trasformare la coscienza e l’attitudine di una materia sociale priva di esperienza politica e anche di un orientamento in tal senso.


Non a caso le tesi congressuali ponevano il problema della contraddizione tra rapporti di massa e identità comunista: quando si agisce tra le masse –si scriveva- non lo si fa da comunisti e come tali non si ha un rapporto di massa. Su questa aggrovigliata e fondamentale questione (di cui CSP non ha, per ora, alcuna colpa) non si è riusciti a fare significativi passi in avanti.


Per fare un esempio, le sezioni sono completamente abbandonate a sé stesse: non ci sono indicazioni, strumenti e quant’altro per sostenere le attività di base e di proselitismo, in modo permanente ed espansivo.


3. L’idealismo vizia radicalmente le prospettive di CSP e sbarra la strada alla ricostituzione del Partito. Non mi riferisco ai nobili sentimenti (negli ideali i comunisti primeggiano) bensì all’ideologia opposta al materialismo marxista.


Per noi le idee sono un riflesso della materia e l’identità viene definita dall’azione o, per meglio dire, dall’interazione con la materia (la realtà oggettiva che ci circonda e nella quale viviamo). Di conseguenza SI E’ CIO’ CHE SI FA: un partito, per esempio, è comunista se corrisponde a determinati requisiti, misurabili scientificamente. A maggior ragione una politica deve corrispondere necessariamente a determinate caratteristiche, per poter essere definita comunista.


Per gli idealisti, viceversa, sono le idee (che sorgono, non so come, nella testa degli intellettuali) che determinano la materia. Pertanto si è ciò che si dice di essere o di voler fare, a prescindere dalla pratica e dai riscontri concreti. Di conseguenza, un partito è comunista perché lo dice il nome ed è comunista una politica solo perché viene praticata da un partito con quel nome.


E’ così che la sinistra –in particolare i partiti denominati comunisti- hanno fatto la fine che sappiamo e ci si dibatte nella situazione indicata al punto due. Si può anche parlare bene di Stalin e al tempo stesso essere, in effetti e senza volerlo, degli idealisti. Questi ultimi si accontentano di verificare (in modo autocentrato) l’esattezza delle proprie idee, si compiacciono di dirsi l’un l’altro quanto siano marxisti-leninisti, quanto poco lo siano stati (a seconda dei casi) Togliatti o Kruscev o perfino gli operai: ma si disinteressano completamente di come cambiare lo stato di cose presente, i rapporti di forza, di come “convincere” ed organizzare grandi masse proletarie che non lo sono affatto, anche per colpa degli idealisti.


Nello Statuto di CSP è stata introdotta la dichiarazione che tale organizzazione sarebbe “l’avanguardia rivoluzionaria, marxista-leninista del proletariato” (BUM!!!): diventarlo veramente, come dovrebbe fare CSP, è tutt’altra cosa.


Il vizio idealista è la causa sia di sterili posizioni estremistiche (che spuntano qua e là), sia di un pericoloso settarismo che è il principale ostacolo alla possibilità di radicarsi nella classe.


Il tema del Congresso Nazionale di CSP “DIRE E FARE” era particolarmente azzeccato e puntuale. Voleva cogliere in termini positivi e propositivi alcuni dei problemi suaccennati. Purtroppo quanto di buono (ed è stato abbastanza) si è realizzato nell’ambito del DIRE non si è poi trasferito, corrispondentemente, sul piano del FARE. C’è una sorta di “intoppo”. Sembra che aver cambiato le insegne (dando vita ad una nuova organizzazione) ed aver fatto un importante passo avanti sul piano della posizione politica contingente (avendo rotto con gli schemi del regime bipolare) abbia assorbito il compito di far corrispondere organicamente il FARE al DIRE, anziché favorirlo ed accelerarlo.


In questi giorni, provo ad ipotizzare, si sta manifestando, in CSP, una sorta di “crisi di rigetto” di fronte alla necessità di un difficile quanto radicale rinnovamento, la quale si scaglia, comprensibilmente, contro ciò che viene percepito (personalmente o concettualmente) come estraneo alla consuetudine precedente ed allo status quo ante. E’ per questo che continuano a manifestarsi, in una certa misura ad accentuarsi, fenomeni di analfabetismo ideologico, di immobilismo politico, di primitivismo organizzativo.


Devo confessare, per non trincerarmi solo dietro a delle critiche, di essere abbastanza incerto di fronte ad una simile situazione.


Coraggio Rizzo: fatti sentire e dimostra cosa sai fare, ancora oggi!


Roma, 12 novembre 2011

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