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La Federazione della Sinistra e le prossime elezioni


Duri e molli, comunisti tutti d’un pezzo ed innovatori creativi, lottatori di movimento e ricostruttori del Partito Comunista, stalinisti e troschisti, sono tutti pronti ai posti di combattimento: in caso di elezioni anticipate…ALLE URNE COL PD! (per battere Berlusconi, off course).
In tal senso si sono già pronunciate tutte le correnti della Federazione della Sinistra, con argomenti e sfumature in tutte le salse. Si va dai soliti politicanti quaquaraquà a temi e contenuti di tutto rispetto, fondati su presupposti largamente condivisibili.
Risalta penosamente, semmai, l’opportunistico e silenzioso imbarazzo di qualche unitore di comunisti che forse non vuole lesinare i propri glutei per eventuali seggiole o poltroncine.
Non tutti ripetono stancamente i ritornelli che balbettano da oltre quindici anni: alcuni, con involontario effetto umoristico, accompagnano con ardenti minacce all’imperialismo e roboanti frasi inneggianti alla lotta di classe e al comunismo la loro predisposizione a ripetere, nella realtà, un’indimenticabile scenetta di Troisi e Benigni i quali, scrivendo a Savonarola, lo assicuravano di voler mettere la loro testa sotto i suoi piedi in modo che egli potesse anche “muoverli sopra”.
Due aspetti di tali posizioni fanno particolarmente impressione, tanto da sconcertare chi volesse sostenere comunque un confronto.
Il primo è la totale scomparsa della Storia (anche nel senso del futuro). Vengono esibiti solo supposti argomenti di carattere logico (cioè le presunte ragioni per le quali sarebbe giusto oggi ripetere i soliti errori) senza il minimo riferimento o nesso con le esperienze più o meno recenti e con i risultati attesi o gli obiettivi per il futuro.
Il secondo è la totale mancanza di qualsiasi discriminante, di qualsiasi condizione di contenuto o programmatica. Lo stesso Diliberto ha dichiarato che gli unici obiettivi programmatici sarebbero quelli compatibili (o coincidenti) con la linea del PD ed ha poi alluso ad una non meglio precisata difesa della Costituzione (ci mancherebbe altro!).
Tuttavia si potrebbe tentare comunque di aprire un dibattito, accennando alcune questioni, pur se alla rinfusa.
1. Alcuni invocano esperienze di collaborazione governativa di alcuni partiti comunisti stranieri. Bisognerebbe esaminare se tali situazioni abbiano comportato un miglioramento delle condizioni del proletariato o siano servite ad uno smantellamento delle conquiste precedenti e quindi abbiano svolto una funzione regressiva e perdente, come è stato nell’esperienza italiana.
Bisogna anche valutare se i rapporti di forza tra le classi hanno visto avvantaggiarsi (o difendersi bene) il proletariato o la borghesia, dato che in Italia c’è stata la disfatta della classe lavoratrice.
Soprattutto sarebbe importante chiedersi: quale Partito Comunista estero, dopo essersi eventualmente rovinato a causa di una collaborazione governativa (o di un’alleanza politica sbagliata) abbia continuato ottusamente sulla stessa linea?
2. Stranamente si evita qualsiasi paragone o riferimento (più o meno appropriato) con la storia del PCI. Si potrebbe fare per esempio evocando i famosi “governi di unità nazionale”, quando il PCI appoggiò dall’esterno (per pochi mesi) un governo democristiano.
Simili paragoni vengono accuratamente evitati perché il PCI non ha mai consentito le porcherie fatte invece da governi e giunte di centrosinistra dopo il suo scioglimento. D’altra parte sarebbe curioso che esponenti come Ferrero (per fare un esempio) che hanno passato la vita ad attaccare  da posizioni ultrasinistre il PCI oggi invocassero proprio i momenti più discutibili della sua storia:  risalterebbe troppo come oggi si apprestino a fare scelte molto peggiori di quelle che un tempo contestavano.
Si preferisce ricorrere ad esempi geograficamente molto lontani (anziché relativi alla storia italiana) anche per altri motivi. Per non ricordare, per dirne una, come il PCI abbia avuto il coraggio di abbandonare l’Aventino (ossia il raggruppamento dei parlamentari antifascisti nel momento in cui si espandeva la forza di Mussolini) dopo aver verificato che non aveva le capacità di mobilitare le migliori energie delle masse popolari contro il regime, facendo tornare il suo sparuto drappello di deputati (Gramsci in testa) nella Camera dominata dai fascisti.
Si può discutere se proprio al fine di battere la deriva reazionaria e le politiche di destra (non solo Berlusconi) sia necessario seguire una via diversa dall’Ulivo, dall’Unione, dal centrosinistra, ecc?
3. Il fulcro delle posizioni in discussione (anche nelle migliori versioni) consiste nel definire il PD non come un alleato bensì come un avversario, però di tipo diverso dalla destra berlusconiana e leghista. Quindi è necessario battere prima questa e solo poi dedicarsi al contenzioso col PD o lo schieramento ad esso vicino. Insomma la solita linea del meno peggio.
Qualcuno vuole discutere se il problema non sia il regime bipolare e non le sue singole componenti, le quale si giustificano una con l’altra?
Tale regime non è dovuto anche ad un sistema elettorale apposito, il quale -fin dall’inizio- è stato voluto proprio da tutte le componenti del regime bipolare?
4. Alcuni discorsi vengono ripetuti -sempre identici a se stessi- fin dai tempi dello scontro elettorale tra Rutelli e Fini per la carica di Sindaco di Roma (1993). Oggi quei due militano più o meno dalla stessa parte.
Perché tutti hanno cambiato posizione, le stesse coalizioni cambiano continuamente ma solo la Federazione della Sinistra continua rigidamente nei suoi errori?
5. Il PRC e il PdCI hanno causato la più grave catastrofe mai capitata ad una forza politica nella storia della Repubblica. Non solo elettorale: c’è stato un arretramento gravissimo di iscritti, di militanti e perdite molto gravi su altri piani, per così dire, meno quantificabili materialmente.
Con una battuta amara, forse suscettibile di malintesi, si potrebbe dire che se Occhetto ha sciolto il Partito loro hanno sciolto il Comunista Italiano. In ogni caso è molto difficile per chiunque, oggi, cercare di ricostruire una presenza comunista in Italia, soprattutto per colpa loro.
Si può prendere di petto tale questione, dibatterla veramente, individuare le cause ed un eventuale programma per rimuoverle? L’impressione di chi scrive è che i dirigenti dei due partiti non afferrino bene le condizioni in cui versano, lo stato di isolamento nel quale sono precipitati, non capiscano assolutamente né l’eziologia né i meccanismi di questa situazione. Continuano imperterriti a inseguire il centrosinistra.
6. Domanda finale un po’ cattivella.  Se Nichi Vendola avesse vinto il Congresso del PRC di due anni fa, in che cosa le posizioni e le scelte di questo Partito sarebbero state effettivamente diverse da quelle attuali?
La verità è che buona parte dell’ultrasinistra si tiene a contatto con la sinistra radicale, questa con la sinistra più moderata la quale, a sua volta, si collega con la parte più avanzata e democratica del centro che, però, non si separa dalla sua componente un po’ più conservatrice e così via.
Il risultato è che la borghesia imperialista (vogliamo semplificare e personalizzare? Marcegaglia, Marchionne, Montezemolo, ecc.) condiziona, come con un filo, attraverso vari passaggi e gradazioni, tutto lo schieramento politico fino all’estrema sinistra.
Questo è stato il processo politico dopo lo scioglimento del PCI e la fine dell’URSS, questo è il regime bipolare. Il risultato è una incessante ed inarrestabile deriva a destra di tutta la situazione politica.
Ciascuno, nel tempo, slitta sempre più a destra. Non tanto nella collocazione relativa (o reciproca) bensì nei contenuti programmatici, nelle scelte di campo, nelle prospettive di fondo. Quella appena descritta è solo, per così dire, la proiezione politica della tendenza storica di base, ragione e risultato del regime bipolare: un continuo travaso dal proletariato (ed altri strati popolari) alla borghesia. Una costante e progressiva espropriazione di diritti, di ricchezza, di ruolo politico, di stato sociale e morale, ecc.
Per questo motivo la questione che noi poniamo non è affatto dovuta ad obiettivi elettorali (tanto meno elettoralistici), non è questione solo di alleanze politiche e tanto meno di coalizioni elettorali.
Senza rompere il regime bipolare, senza spezzare quella maledetta linea che parte dalla borghesia e condiziona tutti gli schieramenti politici non si potrà neanche tentare di fermare lo schiacciamento del proletariato (specialmente delle nuove e future generazioni) da parte di una borghesia sempre più avida ed intrattabile.
Prima di tutto occorre rendersi indipendenti da questo regime e cominciare a lottare contro di esso, con una presenza elettorale non prigioniera dei ricatti del maggioritario o della droga dei seggi, come espressione di una scelta di fondo contro la tendenza dominante.
Il PCI è stato un Partito di classe, di avanguardia, di lotta, che non ha mai rinunciato a coniugare queste caratteristiche con una funzione democratica, di massa, di governo. Senza rompere col regime bipolare, senza rendersi liberi dai suoi condizionamenti, non si potrà fare né l’uno, né l’altro.
Non ci si potrà accingere a ricostituire veramente il Partito Comunista né si potrà tentare di difendere davvero la democrazia e i diritti dei lavoratori, dei giovani, delle donne.

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